Utilizzare il telefono aziendale per scopi personali non è peculato

Print pagePDF pageEmail page

Qualche breve annotazione, la sentenza è riportata per esteso qui di seguito.
  1. non è assolutamente un principio generale, ma solamente l’applicazione del principio proporzionale ad un caso specifico. Le corti che hanno giudicato il soggetto per il reato di peculato (e non altri, quindi con tutte le specificità del reato medesimo) e da ultimo la Cassazione ha solamente precisato che trattandosi di un utilizzo minimale rispetto al totale, non vi era stato danno per la pubblica amministrazione
  2. Quanto all’altro reato contestato (abuso d’ufficio, legato alla utilizzazione di internet per scopi personali) anche in questo caso non vi era stato danno per la P.A., il contratto “flat”, e pertanto il soggetto di fatto non aveva sottratto nulla ad alcuno

Di conseguenza, attenzione a non generalizzare e soprattutto ricordiamo che questa condotta, anche nella P.A., potrebbe – pur senza essere sanzionabile penalmente, costituire la base per un illecito disciplinare, però solamente a patto che esista a monte un ben articolato codice di condotta in tal senso o, meglio, un regolamento vero e proprio, emanato ai sensi del combinato disposto del D.Lgs. n.196/2003 e del D.Lgs n.231/2001.

Cassazione Penale N. 41709 del 26 Novembre 2010
[…omissis…]
FATTO E DIRITTO
Con la sentenza in epigrafe il G.u.p. del Tribunale di ……  ha disposto non luogo a procedere nei confronti di  Imputato in ordine ai reati di peculato (capo a), contestatogli in alternativa al reato di abuso di ufficio (capo b), per avere, quale dirigente dell’Ufficio tecnico del Comune di …… , e pertanto pubblico ufficiale, utilizzato il telefono cellulare assegnatogli per ragioni di ufficio per contatti con privati (276 messaggi SMS e 625 conversazioni) per un totale di ore 25,52,03 di impegno della utenza e un costo di euro 75,49. Uguale statuizione ha emesso nei confronti dell’Imputato in relazione al reato ex art. 323 sub c) contestatogli per avere utilizzato il computer dell’ufficio collegato con la rete Internet per ragioni del tutto personali.
Considerava il G.u.p. che, in ragione di una reiterazione di condotte che comportavano modesti costi, doveva concludersi per “l’assenza di atti appropriativi di valore economico sufficiente per la configurabilità del delitto di peculato”. Rilevava quindi che neppure era configurabile il reato di abuso di ufficio in considerazione della mancanza dell’elemento costitutivo del reato consistente nell’ingiusto vantaggio patrimoniale “rappresentato da un effettivo e concreto incremento economico del patrimonio del beneficiato quale conseguenza della condotta abusiva”. Doveva poi escludersi la sussistenza del reato di abuso di ufficio in relazione all’utilizzo del computer dell’ufficio per usi personali perché il Comune di ……  aveva con Telecom s.p.a. un abbonamento a costo fisso per la navigazione in Internet, mancando quindi, anche per tale comportamento, un ingiusto vantaggio patrimoniale al pubblico ufficiale, nemmeno ipotizzabile sotto il profilo di risparmio di spesa.
Avverso la sentenza propongono ricorso per cassazione il Procuratore generale e il Procuratore della Repubblica. Entrambi lamentano inosservanza o erronea applicazione di legge. ll Procuratore della Repubblica censura la sentenza anche per mancanza e contraddittorietà della motivazione. Quest’ ultimo, in particolare, insiste per la configurabilità del reato di peculato sub a). Sottolinea la non uniformità della giurisprudenza di questa corte di cassazione in ordine a vicende analoghe e soprattutto la differenza di situazioni di fatto prese in considerazione da detta giurisprudenza. Ragione per la quale si profilerebbe come opportuna la decisione del giudice del dibattimento, sussistendo comunque elementi idonei per sostenere la pubblica accusa. Entrambi i ricorrenti deducono, sotto il profilo del reato di abuso di ufficio, come appaia evidente l’ingiusto vantaggio patrimoniale che l’indagato si è procurato.
L’indagato ha depositato memoria in data 15 ottobre 2010 con la quale ha chiesto il rigetto dei ricorsi.
I ricorsi sono inammissibili.
Per quanto attiene alla contestazione dei reati sub a) e b), se è vero che in punto di reato di peculato in caso di utilizzo da parte del pubblico ufficiale dei telefoni di cui ha la disponibilità per ragioni di ufficio per comunicazioni di carattere privato la giurisprudenza di questa corte di cassazione ha giudicato in modo differente, è anche vero che le diversità sono dovute essenzialmente alla diversa misura di tale utilizzazioni, laddove tutte le sentenze pronunciate sono concordi nel ritenere che danni al patrimonio della pubblica
amministrazione di scarsa entità finiscono per essere irrilevanti per rivelarsi le condotte inoffensive del bene giuridico tutelato.
Nel caso, il G.u.p. ha giudicato su una vicenda in cui il danno arrecato era di circa 75 euro in un arco temporale di poco più di due anni per contatti di breve durata con un numero ristretto di persone. Tale valutazione non appare irragionevole al Collegio decidente, avuti riguardo al raffrontato con i casi che si sono presentati all’esame della Corte di cassazione. I ricorsi appaiono quindi inammissibili per contenere censure non consentite nel giudizio di cassazione in quanto attinenti ad apprezzamenti e valutazioni dei dati di fatto riservati al giudice di merito, sottratti alla cognizione del giudice di legittimità siccome sorretti, nella specie, da una motivazione congrua e immune da censure di ordine logico, con la quale il G.u.p. ha spiegato adeguatamente le ragioni per le quali non ha ritenuto di sottoporre al vaglio del giudice del dibattimento una vicenda caratterizzata dalla raccolta di elementi insufficienti o contraddittori per sostenere l’accusa. Ragioni che hanno altresì condotto il giudicante a ritenere la insussistenza di un effettivo e concreto incremento economico del beneficiario idoneo a configurare il requisito dell’ingiusto vantaggio patrimoniale con riferimento al reato di abuso di ufficio.
E’ anche corretta la decisione assunta in ordine al capo c), essendo emerso che il Comune di ……  aveva contratto con Telecom un abbonamento a costo fisso per l’accesso in internet con la conseguenza che nessun danno è stato cagionato alla pubblica amministrazione. Neanche in ordine a tale fattispecie è ravvisabile un concreto incremento patrimoniale da parte dell’Imputato e quindi un vantaggio ingiusto. Neppure può ravvisarsi il reato di abuso di ufficio sotto il profilo del consumo di energie derivanti dall’utilizzo del computer, mancando anche in tal caso, per quest’ultima causale, un apprezzabile nocumento nei confronti della stessa amministrazione.
P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi.
Share this:
Share this page via Email Share this page via Stumble Upon Share this page via Digg this Share this page via Facebook Share this page via Twitter
Print Friendly
Posted in D.Lgs n.231/2001, D.Lgs. n.196/2003, Penale | Leave a comment

Installare da soli un router sarà illegale?

Print pagePDF pageEmail page

Un chiaro modo di scrivere con i piedi le norme….

DECRETO LEGISLATIVO: Attuazione della direttiva 2008/63/CE relativa alla concorrenza sui mercati delle apparecchiature terminali di telecomunicazioni.

Qui la direttiva: http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2008:162:0020:01:IT:HTML

In particolare leggiamo l’art.2:

ART. 2 (Allacciamento dei terminali di telecomunicazione alle interfacce della rete pubblica)

1. Gli utenti delle reti di comunicazione elettronica sono tenuti ad affidare i lavori di installazione, di allacciamento, di collaudo e di manutenzione delle apparecchiature terminali di cui all’articolo 1, comma 1, lettera a), numero 1), che realizzano l’allacciamento dei terminali di telecomunicazione all’interfaccia della rete pubblica, ad imprese abilitate secondo le modalità e ai sensi del comma 2.

2. Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto legislativo, il Ministro dello sviluppo economico, adotta, ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, un decreto volto a disciplinare:

a) la definizione dei requisiti di qualificazione tecnico-professionali che devono possedere le imprese per l’inserimento nell’elenco delle imprese abilitate all’esercizio delle attività di cui al comma 1;

b) le modalità procedurali per il rilascio dell’abilitazione per l’allacciamento dei terminali di telecomunicazione all’interfaccia della rete pubblica;

c) le modalità di accertamento e di valutazione dei requisiti di qualificazione tecnico-professionali di cui alla lettera a);

d) le modalità di costituzione, di pubblicazione e di aggiornamento dell’elenco delle imprese abilitate ai sensi della lettera a);

e) le caratteristiche e i contenuti dell’attestazione che l’impresa abilitata rilascia al committente al termine dei lavori;

f) i casi in cui, in ragione della semplicità costruttiva e funzionale delle apparecchiature terminali e dei relativi impianti di connessione, gli utenti possono provvedere autonomamente alle attività di cui al comma 1.

3. Chiunque, nei casi individuati dal decreto di cui al comma 2, effettua lavori di installazione, di allacciamento, di collaudo e di manutenzione delle apparecchiature terminali di cui all’articolo 1, comma 1, lettera a), numero 1), realizzando l’allacciamento dei terminali di telecomunicazione all’interfaccia della rete pubblica, in assenza del titolo abilitativo di cui al presente articolo, è assoggettato alla sanzione amministrativa pecuniaria da 15.000 euro a 150.000 euro, da stabilirsi in equo rapporto alla gravità del fatto.

4. Chiunque nell’attestazione di cui al comma 2, lettera e), effettui dichiarazioni difformi rispetto ai lavori svolti è assoggettato alla sanzione amministrativa pecuniaria da 15.000 euro a 150.000 euro, da stabilirsi in equo rapporto alla gravità del fatto.

A prima vista sembrerebbe che si rivolta agli utenti finali, ma leggendo meglio (pur essendo anche in questo caso in presenza di termini non utilizzati correttamente, in quanto nella materia in generale la parola “utente” è utilizzata per i soggetti finali, gli “end users”, consumatori e non, ma non per gli intermediari, dovrebbe rivolgersi a chi installa apparecchiature TRA la rete pubblica (ovvero il c.d. “backbone”) e le varie sottoreti.

Però è anche vero che si parla di “allacciamento dei terminali di comunicazione alla rete pubblica”, il che potrebbe applicarsi a qualunque apparecchio che in qualunque modalità abbia accesso diretto alla rete pubblica.

D’altra parte su http://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/testi/02021dl.htm si estrapola:

d) “rete pubblica di telecomunicazione”: una rete di telecomunicazioni utilizzata, in tutto o in parte, per fornire servizi di telecomunicazioni accessibili al pubblico;

E poi: http://www.agcom.it/default.aspx?DocID=369

Io mi sbilancerei per l’ipotesi “commerciale”, ovvero che il D.Lgs non si rivolta agli utenti finali, anche e soprattutto alla luce della lettera (f), che prevede che il decreto attuativo possa individuare i casi di esenzione. 

Ora, nel caso in cui venga previsto che l’auto installazione non rientri nell’ambito della applicazione della normativa, appare abbastanza chiaro che la normativa si rivolta solamente, in pratica, agli operatori di TLC.

Però… qualche dubbio rimane… purtroppo.

Share this:
Share this page via Email Share this page via Stumble Upon Share this page via Digg this Share this page via Facebook Share this page via Twitter
Print Friendly
Posted in TLC | Leave a comment

Scandalo-Amazon: vende “La guida del pedofilo allamore e al piacere” – Affaritaliani.it

Posted in Affari Italiani, Penale | Leave a comment

Manuale per pedofili in vendita. Quali sarebbero le regole italiane?

Print pagePDF pageEmail page

Quali sarebbero le regole italiane?

Per alcune ore uno dei libri venduti sul Kindle Store è stato “The Pedophile’s Guide to Love and Pleasure: A Child-Lover’s Code of Conduct“, una vera e propria guida per pedofili. Lo sconcerto è stato enorme e le proteste immediate, mettendo così immediatamente Amazon nelle condizioni di reagire ad una questione chiaramente imbarazzante. In queste ore il libro non risulta più raggiungibile, ma ufficialmente il gruppo si è espresso chiaramente contro ogni forma di censura sui contenuti del proprio store.
L’e-book si configura come un vero e proprio manuale per il pedofilo, spiegandone pratiche e fantasie, “educandolo” alla ricerca di «amore» e «piacere». L’autore, Phillip R. Greaves II, l’ha messo in vendita al prezzo di 4.79 dollari a partire dal 28 ottobre e dopo le prime testimonianze è giunto ad essere il 146esimo libro a pagamento più venduto sul marketplace digitale per libri di Amazon. Critica ed involontaria pubblicità sono presto andate a braccetto: una volta entrato nella top 100, la posizione di “The Pedophile’s Guide to Love and Pleasure” si è fatta troppo ingombrante ed Amazon sembra ora averne rimossa la vendita dal proprio store.

Ora, da un punto di vista strettamente giuridico, l’unica norma applicabile sembrerebbe essere  questa:

Codice Penale. LIBRO SECONDO. Dei delitti in particolare – TITOLO DODICESIMO. Dei delitti contro la persona – CAPO TERZO. Dei delitti contro la libertà individuale – SEZIONE PRIMA. Dei delitti contro la personalità
Articolo 600 Ter – Pornografia minorile
  1. Chiunque, utilizzando minori degli anni diciotto, realizza esibizioni pornografiche o produce materiale pornografico ovvero induce minori di anni diciotto a partecipare ad esibizioni pornografiche e’ punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da euro 25.822 a euro 258.228 .
  2. Alla stessa pena soggiace chi fa commercio del materiale pornografico di cui al primo comma.
  3. Chiunque, al di fuori delle ipotesi di cui al primo e al secondo comma, con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, distribuisce, divulga diffonde o pubblicizza il materiale pornografico di cui al primo comma, ovvero distribuisce o divulga notizie o informazioni finalizzate all’adescamento o allo sfruttamento sessuale di minori degli anni diciotto, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da lire cinque milioni a lire cento milioni.
  4. Chiunque, al di fuori delle ipotesi di cui ai commi primo, secondo e terzo, offre o cede ad altri, anche a titolo gratuito, il materiale pornografico di cui al primo comma, e’ punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa da euro 1.549 a euro 5.164
  5. Nei casi previsti dal terzo e dal quarto comma la pena e’ aumentata in misura non eccedente i due terzi ove il materiale sia di ingente quantità
E’ anche vero però che la norma penale è molto rigida (e non potrebbe essere altrimenti); quindi sono incluse le attività di:
  1. realizzazione di esibizioni pornografiche
  2. produzione di  materiale pornografico
  3. induzione minori di anni diciotto a partecipare ad esibizioni pornografiche
  4. messa in commercio del materiale di cui ai punti 1-2-3
Poi vi sono le ipotesi previste dal 3 comma; chiunque, con qualsiasi mezzo:
  • distribuisce
  • divulga
  • diffonde
  • pubblicizza
    il materiale pornografico di cui al primo comma, e quindi sempre quello dei punti 1-2-3
  • distribuisce
  • divulga notizie finalizzate all’adescamento o allo sfruttamento sessuale
  • divulga informazioni finalizzate all’adescamento o allo sfruttamento sessuale
  • offre o cede ad altri, anche a titolo gratuito, il materiale pornografico di cui al primo comma, e quindi sempre quello dei punti 1-2-3
Ora, sempre parlando per ipotesi, sembrerebbe che il libro del quale si sta discutendo non possa rientrare in alcuna delle ipotesi di reato previste, in quanto si “limiterebbe” ad essere una guida, un suggerimento per coltivare tendenze che – anche personalmente – ritengo aberranti.
Ma pubblicare un libro simile non mi sembra che possa rientrare nel concetto di concorso delle persone nel reato, previsto dagli artt.110 e seguenti del nostro codice penale.
In effetti, anche se malvolentieri (ma ritengo che un giurista debba sempre distinguere tra quello che “sente”, eticamente e moralmente, e l’aspetto strettamente giuridico della questione), bisogna dire che avrebbe ragione Amazon, nell’affermare (secondo le regole italiane, quelle statunitensi possono essere anche molto diverse) che alcuna norma vieti alla medesima di pubblicare tale “libro”.
Share this:
Share this page via Email Share this page via Stumble Upon Share this page via Digg this Share this page via Facebook Share this page via Twitter
Print Friendly
Posted in Affari Italiani, Penale | Leave a comment

Google indagata per Street View?

Print pagePDF pageEmail page

Secondo quanto è possibile apprendere in rete, la società americana sarebbe indagata a seguito del provvedimento del Garante per i dati personali del nove settembre scorso.

Da chiarire per i non addetti ai lavori (intendo dire i non giuristi) alcuni concetti:

  • in Italia vige il c.d. principio della obbligatorietà dell’azione penale, il che vuole dire che quando la magistratura ha notizia, apprende in qualche modo della commissione di un eventuale reato, deve procedere, salvo poi essere costretta – magari – ad archiviare il tutto perché, per esempio, il reato non è procedibile d’ufficio.
  • vige anche il principio della c.d. “territorialità”, il che vuol dire che il giudice italiano ha giurisdizione sui fatti accaduti quando il reato viene commesso nel territorio italiano (per la precisione, il giudice italiano ha anche giurisdizione quando è possibile applicare l’art.  6 del Codice Penale – Reati commessi nel territorio dello Stato

Chiunque commette un reato nel territorio dello Stato è punito secondo la legge italiana.

Il reato si considera commesso nel territorio dello Stato, quando l’azione o l’omissione, che lo costituisce, è ivi avvenuta in tutto o in parte, ovvero si è ivi verificato l’evento che è la conseguenza dell’azione od omissione.

  • il reato ipotizzato (ma non vi è nulla di ancora certo) sarebbe quello previsto dall’art. 615 bis del codice penale, ovvero Interferenze illecite nella vita privata

Chiunque, mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi indicati nell’articolo 614, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.

Alla stessa pena soggiace, salvo che il fatto costituisca più grave reato, chi rivela o diffonde, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, le notizie o le immagini ottenute nei modi indicati nella prima parte di questo articolo.

I delitti sono punibili a querela della persona offesa; tuttavia si procede d`ufficio e la pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.

Ora questo reato, per esempio. è procedibile solamente a querela di parte, ossia deve esistere qualcuno che sporga a causa dei fatti contestati; inoltre è appena il caso di ricordare come nel diritto penale viga il principio del divieto di interpretazione analogica in malam partem, contro il presunto colpevole. Pertanto, se si parla di ripresa visiva e sonora, non è certamente assimilabile a queste la captazione di dati del wi-fi. E’ un reato che si prescrive in 6 anni.

Insomma…staremo a vedere…

Share this:
Share this page via Email Share this page via Stumble Upon Share this page via Digg this Share this page via Facebook Share this page via Twitter
Print Friendly
Posted in Altro, D.Lgs. n.196/2003, Penale | Leave a comment

Commento provvedimento Garante “privacy” e Google Street View…

Print pagePDF pageEmail page

Su Consulenti-ICT

Anteprima….

Google Street View: le auto dovranno essere riconoscibili – 15 ottobre 2010
IL GARANTE PER LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI HA “ORDINATO” A GOOGLE (tralascio volutamente tutti i “considerando”):
dispone, ai sensi degli artt. 143, comma 1. lett. b) e 154, comma 1, lett. c) del Codice, che Google Inc. entro trenta giorni dalla notificazione del presente provvedimento:
[…omissis…]
Ora, qualche notazione…

Sul primo punto, a stretto rigore, con questo provvedimento il Garante avrebbe dovuto anche inviare gli atti alla magistratura, come ha già fatto per la questione delle reti wi-fi aperte “captate” da Google. Se al questo soggetto giuridico si applicano le norme italiane, e specificatamente quelle relative al D.Lgs. n.196/2003, questi non potrebbe operare senza aver prima espletato tutto il necessario.

D’altra parte, Google medesima sembra da una parte far vedere che “tiene presente” la normativa italiana, anche per quanto concerne il trattamento dei dati personali, dall’altra sembra – diciamolo francamente – non interessarsene più di tanto.

Share this:
Share this page via Email Share this page via Stumble Upon Share this page via Digg this Share this page via Facebook Share this page via Twitter
Print Friendly
Posted in Affari Italiani, D.Lgs. n.196/2003, ICT Law | Leave a comment

Google Street View bacchettato dal garante italiano – Toms Hardware

Print pagePDF pageEmail page

via Google Street View bacchettato dal garante italiano – Toms Hardware.

Google Street View: le auto dovranno essere riconoscibili – 15 ottobre 2010

Non si tratta di una nuova norma….accidenti!

Si tratta della applicazione di un provvedimento del Garante il quale, come Autorità Indipendente, avrà ritenuto di imporre a “Google Street View”  il rispetto della normativa esistente (nel senso che esiste già)….

L’ultimo provvedimento conosciuto era del 9 settembre 2010…e concerneva il blocco dei dati, non il comportamento da tenere in futuro.

Share this:
Share this page via Email Share this page via Stumble Upon Share this page via Digg this Share this page via Facebook Share this page via Twitter
Print Friendly
Posted in D.Lgs. n.196/2003, Penale, Varie | Leave a comment

Svaligiano casa Facebook, denuncia. Palermo, la Procura apre unindagine – cronaca -Tgcom – pagina 1

Print pagePDF pageEmail page

Svaligiano casa Facebook, denuncia. Palermo, la Procura apre unindagine – cronaca -Tgcom – pagina 1.

Alcune annotazioni…

  • Non è furto, infatti si parla di accesso abusivo a sistema informatico (615 ter c.p.). Occorre fare molta attenzione nell’utilizzare i termini, che giuridicamente hanno sempre un ben preciso significato.
  • Può essere anche violazione del c.d. segreto epistolare (616 c.p.)
  • Potrebbe essere anche violazione dell’art.169 del D.Lgs. n.196/2003 (trattamento illecito di dati personali)

E se invece di una casa “virtuale” fosse stato “ripulito” un sito aziendale con tanto di documenti riservati?

Si potrebbe pensare ad una responsabilità anche dell’azienda nei confronti dei propri clienti / collaboratori? Probabilmente la risposta dovrebbe essere positiva

Share this:
Share this page via Email Share this page via Stumble Upon Share this page via Digg this Share this page via Facebook Share this page via Twitter
Print Friendly
Posted in Penale, Sicurezza informatica | Leave a comment

I genitori controllano le pagine Facebook dei propri figli – LASTAMPA.it

Print pagePDF pageEmail page

Fonte :http://goo.gl/i1e1

I genitori controllano le pagine Facebook dei propri figli

L’indagine condotta da Truste: il 72% tiene docchio la privacy in reteQuasi i tre quarti circa il 72% dei genitori controlla la pagina sui sociali network dei propri  figli adolescenti. Il dato, apparso su Pc Advisor, è stato lanciato da Truste, il fornitore di servizi per la privacy. Nellindagine frutto del progetto I piccoli stanno bene si è evidenziato come  l84% dei genitori ritenga responsabili i figli adolescenti, soprattutto quando si tratta di pubblicare dati personali sui social network. Inoltre l86% di loro sostiene anche di sapere quanto tempo i figli passino navigando su Facebook o altri siti, mentre l80% sa anche quali foto sono state pubblicate in rete. Dalla relazione risulta che l82% dei genitori pensa di poter essere in grado di eliminare le informazioni dagli account dei propri figli, entrando su Facebook o negli altri social network.Per quanto riguarda i giovani 8 su 10 affermano di usare le impostazioni di privacy per nascondere il contenuto della propria pagina ai genitori o amici e 1 su 5 ha espresso imbarazzo per qualcosa che era stato pubblicato su Facebook. Più del 68% ha anche amesso di aver accettato la richiesta di amicizia da estranei.Fra gli adulti, l80% di loro ha un pagina su un social network, soprattutto su Facebook considerato il più popolare. Il 68% di loro trascorre in rete fino ad unora al giorno, e quasi tutti sono amici dei figli. «I dati indicano chiaramente che per i genitori la privacy online dei propri ragazzi e il controllo delle informazioni personali risultano essere di principale importanza», ha spiegato Fran Meier, presidente e direttore esecutivo di Truste. «La tutela della privacy dei giovani sui social network non è così facile però – ha aggiunto – i ragazzi sono sempre più degli esperti di tecnologia, hanno forti motivazioni per connettersi ampiamente e non hanno ancora la maturità sufficiente per guardare oltre i propri interessi».In conclusione, è la responsabilità del singolo genitore che deve guidare i figli allinterno del mondo dei social network in modo corretto. Anche se gli adolescenti sanno essere più smaliziati, i genitori hanno una maggiore conoscenza del mondo e la maturità necessaria per proteggerli. « Truste ha consigliato ai genitori di imparare per prima cosa il funzionamento dei vari social network, e spiegare poi ai ragazzi che devono pubblicare solo le informazioni che ritengono adeguata ad una visione pubblica e discutere di quelle che devono rimanere private», ha concluso Meier.

via I genitori controllano le pagine Facebook dei propri figli – LASTAMPA.it.

Solo qualche spunto:

  1. da una parte i genitori hanno come dovere il controllo dei minori
  2. dall’altra parte, a stretto rigore, tale attività per il diritto italiano potrebbe integrare gli estremi per la commissione di 5-6 reati, dalle intercettazioni telematiche illecite, al trattamento illecito di dati personali, alla installazione di apparecchiature atte ad intercettare, ecc. ecc.
  3. da ultimo, se il minore “combina” qualcosa, oppure anche se semplicemente il figlio/figlia maggiorenne combina qualcosa ma attraverso la connessione di mamma o papà…sono questi che ne rispondono…civilmente (e spesso anche penalmente, se non sono in grado di di dimostrare che “non sono stati loro“)

Sic….

Share this:
Share this page via Email Share this page via Stumble Upon Share this page via Digg this Share this page via Facebook Share this page via Twitter
Print Friendly
Posted in D.Lgs. n.196/2003, ICT Law, Penale, Varie | Leave a comment

Lazio: Facebook vietato ai dipendenti regionali

Print pagePDF pageEmail page

Lazio: Facebook vietato ai dipendenti regionali

Queste sono le notizie che in genere scatenano direi automaticamente due opposte fazioni, ossia da una parte quella che ritiene che l’odioso “padrone” stia in qualche modo  restringendo quello che, a torto o a ragione, viene ormai considerato come un diritto del dipendente, e dall’altra quella che ritiene che “finalmente” il datore di lavoro si sia deciso a non permettere più che i propri collaboratori si distraggano attraverso l’utilizzazione di strumenti non propriamente professionali.
Come spesso capita, un atteggiamento prudente in casi simili è altamente consigliabile, anche perché sia la modalità di raccolta delle informazioni poste alla base del provvedimento da parte della Regione Lazio sia la modalità stessa di emanazione del provvedimento possono portare a delle conseguenze non indifferenti.
…continua su www.affaritaliani.it
Share this:
Share this page via Email Share this page via Stumble Upon Share this page via Digg this Share this page via Facebook Share this page via Twitter
Print Friendly
Posted in Affari Italiani, Controllo a distanza, Sicurezza informatica | Leave a comment