Si può veramente parlare di irresponsabilità dei motori di ricerca?

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Prima di parlare dell’aspetto strettamente giuridico, ritengo opportuno riportare le risposte alle domande da me poste a due esperti “tecnici” della materia.

LMdG = Luca-Maria de Grazia, FM = Francesco Marinuzzi, RG = Rodolfo Giometti

LMdG: Cari Ingegneri, prima di rispondere alle domande, potreste brevementetratteggiare la vostra formazione e la vostra attività professionale, giusto perfar capire come verranno fuori determinate risposte?

FM: Ho preso una laurea specialistica in ingegneria ed un dottorato di ricerca in informatica. Ho insegnato all?università per tre anni e ho iniziato a lavorare sul mercato nel 1988 come dipendente e dal 1994 come libero professionista.

RG: Mi sono laureato all’università di Pisa in Ingegneria Informatica con specializzazione in Automazione Industriale e Robotica. Attualmente svolgo la libera professione di Ingegnere dove offro consulenze su sistemi di controllo e trasmissione dati basati esclusivamente su sistemi GNU/Linux.

LMdG: Potete spiegare come funziona esattamente un motore di ricerca? Può essere concepito, tecnicamente, come un programma che elabori una enorme quantità di dati, secondo le specifiche di chi lo ha – appunto – programmato?

FM: un motore di ricerca tradizionale quale Google è un programma che elabora una enorme quantità di dati secondo le specifiche di chi l’ha programmato.  Il suo obiettivo è quello di generare un indice generale associando dei pesi ad ogni contenuto rispetto a delle chiavi di ricerca tipicamente testuali.

RG: Non conosco a fondo il funzionamento di un motore di ricerca ma, essendo questo un programma, ovviamente esso è un «programma che elabora una enorme quantità di dati secondo le specifiche di chi lo ha programmato»

LMdG: Un programma può realmente avere una propria “logica” oppure tale logica di correlazione degli eventi e dei dati è sempre frutto degli algoritmi di programmazione impostati? In altre parole, si può affermare che un programma “pensi” autonomamente oppure esegue sempre delle istruzioni, per quanto complesse?

FM: Ogni programma ha la logica dei suoi autori e non è dotato di libero arbitrio! La prevedibilità del suo comportamento può comunque essere difficile in funzione della sua complessità e del numero di interazioni che ha con gli elementi esterni tipicamente utenti, altri programmi od eventi.  Tale complessità può dare l’apparenza che sia dotato di una sua intelligenza autonoma. In alcuni contesti specifici, attraverso una programmazione
specifica è facile che un programma possa acquisire con il tempo maggiori conoscenze, magari memorizzate e strutturate in una sua banca dati,  e dunque capacità decisionali migliori dei suoi stessi autori.

RG: Un programma non pensa, è solo una sequenza di istruzioni che il computer esegue in maniera stupida. E’ il programmatore che «pensa» nel momento in cui scrive il programma.

LMdG: Una ultima domanda, con riserva di approfondire il discorso… come definireste – ai minimi termini, a livello concettuale – un programma per elaboratore? Quali sono i requisiti minimi perché si possa parlare della esistenza di un programma? Ovviamente a prescindere dal linguaggio di programmazione utilizzato che è altra cosa rispetto alla logica computazionale…

FM: Un programma è un insieme di istruzioni di controllo e non che vengono eseguite da un dato dispositivo tipicamente chiamato elaboratore del programma. L’esistenza di un programma software è data dalla sua eseguibilità secondo una logica deterministica predefinita da uno o più autori. Alcuni programmi, in casi estremi, possono esser prodotti a loro volta da altri programmi e cosi via fino a risalire ai programmi “madre” scritti e progettati da programmatori specialistici.

RG: Un computer può essere definito come «uno stupido velocissimo» perché riesce ad eseguire una serie di istruzioni (non ambigue) in maniera velocissima (diversi milioni al secondo) senza sapere assolutamente quello che fa. L’«intelligenza» che un computer sembra avere risiede tutta nel programmatore che, attraverso un ragionamento scientifico, ha scritto le istruzioni che compongono l’algoritmo dandogli quell’intelligenza che (troppo spesso) viene attribuita al computer.

Giusto per essere ancora più chiari, una istruzione «non ambigua» è una istruzione che ha solo un modo per essere eseguita. Più genericamente si dice che «un linguaggio di programmazione è non ambiguo» e quindi è tale da poter essere utilizzato da un calcolatore. Ad esempio la lingua italiana è ambigua ed anche l’inglese è ambiguo, ma ciò non toglie che un suo sotto insieme può essere non ambiguo: ad esempio il linguaggio C, che usa un sotto insieme delle parole della lingua inglese, è non ambiguo.

LMdG: Bene, ringrazio entrambi e riprendiamo la parte giuridica, che a questo punto è necessariamente deduttiva rispetto a quella “tecnica”.

Se quanto sopra affermato è vero (e non ho motivo di dubitarne, sia per la competenza specifica dei soggetti intervistati, sia perché anche al sottoscritto risulta che le cose funzioni così come sono state descritte) non ha molto senso parlare giuridicamente di “irresponsabilità” dei motori di ricerca.

Mi riferisco in particolare alle due recenti decisioni (se non ricordo male una decisione nella quale Yahoo è stata condannata per aver linkato siti che contenevano materiale protetto dal diritto d’autore, e Google è stata condannata per diffamazione in quanto una persona ha visto accostare dal “motore di ricerca” il proprio nome e cognome a parole non propriamente piacevoli, per così dire).

Orbene, appare di tutta evidenza come questi “programmi” (perché un motore di ricerca altro non è che un programma, per quanto complesso ed elaborato) siano nel diretto ed immediato controllo di chi li “gestisce”, ossia dei loro proprietari. E sinceramente non vedo proprio per quale motivo se un oggetto da me creato, programmato, inviato in giro, crea dei danni, io non debba rispondere del “suo” operato.

Ricordo che nel diritto romano esisteva la figura del c.d. nuncius, il quale pur essendo nella sostanza un mandatario del titolare del diritto, non aveva altra funzione che quella – appunto – di recare l’annuncio, di manifestare la volontà del dominus;  e l’eventuale accettazione della proposta si riverberava immediatamente nella sfera giuridica del dominus, non essendo dotato il nuncius di personalità giuridica.

Ecco, mi sembra l’ennesimo caso in cui i principi fondamentali del nostro diritto, che hanno radici antiche, possano soccorrere anche nell’era di internet!

 

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This entry was posted in Commercio elettronico, D.Lgs n.231/2001, D.Lgs. n.196/2003. Bookmark the permalink.

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