Il “titolare” si è mai domandato se sia veramente in regola?

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Molto molto spesso, durante la mia esperienza professionale sia di consulente sia di avvocato (laddove consulente significa soggetto che consiglia prima come fare le cose, mentre avvocato cerca di limitare i danni dopo che le cose si sono verificate), ho potuto notare, anche in soggetti sicuramente ben organizzati, una quasi totale mancanza di coordinamento tra quanto stabilisce il D.Lgs n.231/2001 e quanto stabilisce il D.Lgs. n.196/2003.

Questo significa che l’applicazione delle due norme viene portata avanti senza tener conto dell’altra, con conseguente (facile ed elevata) probabilità di scrivere cose e regole in contraddizione tra loro; della serie… non sappia la mano destra ciò che compie la mano sinistra.

Inoltre troppo spesso il “titolare” – che poi è la figura dell’imprenditore, ossia del manager che prende le decisioni – non si rende conto esattamente di quelli che sono i rischi connessi alla mancata e corretta applicazione di queste norme.

Infatti si sottovaluta il rischio effettivo, ragionando il termini di “tanto qui in Italia nessuno paga“; il che può essere anche vero, ma la domanda da farsi è: “..hai mai valutato seriamente cosa potrebbe succedere se tu fossi quello che paga?…

Probabilmente il rapporto costi/benefici sarebbe molto diverso.

Inoltre, e qui effettuo solo un cenno, approfondirò la questione in un altro articolo, ormai esistono varie sentenze che hanno definitivamente scardinato il ragionamento da “furbetto del quartierino” appena citato.

Tanto per fare solamente alcuni esempi, una società che era l’unica cliente di altra società è stata condannata per violazioni delle norme sulla sicurezza sul lavoro (sotto insieme delle norme del D.Lgs n.231/2001) in quanto il concetto di “sottoposizione al controllo” è stato – correttamente – esteso al caso in questione.

Da un punto di vista di controllo societario le due società non possono essere considerate come collegate o controllate, ma poiché la terminologia specifica utilizzata dal D.Lgs n.231/2001 è diversa, questa espansione del concetto è del tutto legittima.

Così come di recente è stata condannato l’intero C.D.A. di una società, oltre alla società medesima, in quanto questi soggetti non sono stati in grado di dimostrare – nel processo – di aver fatto quello che la norma imponeva loro di realizzare, quanto a procedure di controllo e prevenzione, affinché potessero cercare di dimostrare di essere esenti da responsabilità.

Tra l’altro, da un punto di vista meramente logico, il fatto stesso che un evento si sia verificato potrebbe essere la dimostrazione che i protocolli di prevenzione… non fossero validi.

E la recente sentenza sul caso Thyessen dovrebbe insegnare qualcosa!

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2 Responses to Il “titolare” si è mai domandato se sia veramente in regola?

  1. 0disse0 says:

    alla luce dei recenti fatti che hanno interessato le università italiane, questo post è molto attuale. Le domando quindi, quali sarebbe i margini di manovra per una class action (non so se uso il termine appropriato) nei confronti di chi doveva (e deve) tutelare i dati personali?

    • lucadegrazia says:

      venerdì 8 luglio 2011 ore 17:41:52

      I margini esisterebbero tutti, in linea di massima, dovendosi applicare nel caso di specie l'art. 2050 del codice civile, che concerne la responsabilità per attività pericolose, richiamato espressamente dall'art.15 del D.Lgs. n.196/2003
      In linea di massima dovrebbero anche esistere i presupposti per una class action.

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