Copiare un documento su un server aziendale non è un furto se non vi è spossessamento o distruzione

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Copiare un documento su un server aziendale non è un furto se non vi è spossessamento o distruzione

Una recente sentenza ha stabilito (ma non avrebbe potuto fare diversamente) che non integra l’ipotesi di furto la sottrazione di un documento informatico da un server aziendale. [Corte di Cassazione, Sezione IV Penale, 26 ottobre 2010 (dep. 21 dicembre 2010), n. 44840]

Perché?
È possibile configurare una semplice ipotesi di furto, o di furto di documento informatico?
Partiamo prima di tutto ad esaminare la materia dal punto di vista penalistico, per vedere se, nella specie, vi sia la commissione di un reato e di quale reato poi si tratti.

Per quanto riguarda la configurabilità del furto del documento informatico giova probabilmente ricordare che con l’entrata in vigore delle varie norme sul documento informatico e le varie “regole tecniche” per la formazione e la trasmissione dei documenti informatici si è completato il quadro normativo che ha portato alla piena validità giuridica, anche nell’ordinamento italiano, dei documenti formati in via informatica.
Ovviamente, essendo la normativa in materia ancora molto recente, non si è ancora avuto modo di interpretarla nella sue materiali conseguenze, anche se sembra già essersi formato un orientamento in materia.
Partendo dal presupposto che il reato di furto ben possa commettersi anche in ambito informatico e telematico e dal momento che l’articolo 624 del c.p. non indica i mezzi con cui la sottrazione deve avvenire, vanno distinte le ipotesi di “furto di documento informatico” dal furto di “informazioni contenuto in un documento informatico“.

Questo perché mentre nel primo caso ci si trova di fronte all’impossessamento di un oggetto materiale, cioè del documento, anche se nella specie sotto forma di bit contenuti in un file e/o in un supporto magnetico, altra cosa sembra essere l’appropriazione di informazioni ottenute accedendo abusivamente ad un sistema elettronico, che al massimo si potrebbe configurare come reati di accesso abusivo o di danneggiamento.
La distinzione si fonderebbe sul fatto che le informazioni al pari delle idee sono da considerarsi come cose immateriali e come tali non suscettibili di materiale apprensione.

Potrebbe sembrare forse troppo riduttivo ritenere che possa configurarsi il c.d. “furto di documento informatico” soltanto nell’ipotesi di sottrazione fisica del supporto sul quale tale documento sia memorizzato, con esclusione dell’esistenza di altro originale del documento stesso in qualsiasi altro luogo, perché, come si cercherà di argomentare in seguito, si rischia di lasciare fuori varie ipotesi che si collocano proprio sulla linea di confine, anche se l’interpretazione letterale e logica della norma porta in linea di massima proprio a tale conclusione.
In effetti, però, con la normativa sul c.d. “documento elettronico” si fornisce “sostanza” al bit, e quindi un documento diventa una “res” nel senso classico della parola; conseguentemente, lo spossessamento della “res” può avvenire soltanto nel caso altrettanto classico del furto vero e proprio, che in pratica però si sovrappone al furto del supporto sul quale il documento stesso è incorporato.
Laddove, infatti, si voglia fare riferimento alle norme che disciplinano il furto, ex articolo 624 del c.p.: “Chiunque s’impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri….” il problema sarebbe ovviamente quello di configurare esattamente l’impossessamento e la sottrazione nel caso di strumenti informatici.

Nel caso in esame, infatti non è raffigurabile in toto un’ipotesi di furto, in quanto non vi è stato spossessamento, né quanto meno danneggiamento o distruzione; in definitiva non sembra nemmeno potersi applicare la  normativa in tema di “criminalità informatica”, la legge 23 dicembre 1993 n. 547, in quanto diretta sostanzialmente a reprimere comportamenti di intercettazione, falsificazione, alterazione e soppressione di comunicazioni telematiche ed informatiche.
Infatti il soggetto è stato condannato per violazione delle norme sulla tutela delle informazioni “segrete”, ex art. 622 del codice penale.

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